Pochi giorni fa la Corte d’appello di Cagliari ha depositato la sentenza che di fatto chiude – per il momento, visto che l’ex componente del Collegio di garanzia Riccardo Fercia ha annunciato ricorso in Cassazione – la lunga telenovela sulla decadenza della presidente della Regione Alessandra Todde. La quale, così come disposto dai giudici di secondo grado, rimane al suo posto: decadenza cancellata.
Nel giro di poche ore, come da canovaccio, è partita la narrazione autoassolutoria del Movimento 5 Stelle. Ad aprire le danze è stata l’assessora regionale al Lavoro Desirè Manca con una sperticata lode alla «competenza» e alla «trasparenza» della reverendissima presidente.
Segue una nota-fotocopia del M5S che ricorda di essere stato al fianco di Todde fin dal primo minuto perché «chi governa con onestà e competenza (aridaje, ndr) viene sempre ripagato». E perché «chi come te non ha mai ceduto alle provocazioni, alle dicerie, alle falsità, alle diffamazioni, merita tutta la nostra stima e il nostro rispetto».
Ora, viste le reazioni appare lecito domandarsi se Manca e l’intero partito abbiano letto la sentenza della Corte d’appello. E soprattutto se l’abbiano compresa appieno. Perché le 91 pagine del dispositivo, a dispetto della narrazione sulle “magnifiche sorti e progressive” dell’esecutivo e della presidente, tracciano un quadro tutt’altro che edificante. Soprattutto sul doppio versante della competenza e della trasparenza.
La lunga disamina stilata dalla presidente del collegio Emanuela Cugusi, affiancata dai consiglieri Grazia Maria Bagella ed Enzo Luchi, certifica punto su punto la gestione disastrosa del capitolo rendicontazione, a partire dalle responsabilità del triumvirato a capo del comitato elettorale composto dall’allora numero uno del partito in Sardegna, il deputato e avvocato Ettore Licheri, dal parlamentare 5 Stelle Alfonso Colucci e dall’attuale sindaco di Nuoro Emiliano Fenu, entrambi commercialisti.
Senza dimenticare che Todde ci ha messo generosamente del suo quando tra giugno e dicembre 2024 consegna al Collegio regionale di garanzia elettorale due differenti rendicontazioni: nella prima sostiene di aver sostenuto personalmente le spese elettorali – poco più di 90mila euro – per poi smentirsi pochi mesi dopo facendo presente che ogni singolo euro era stato speso dal comitato elettorale. Poche idee ma confuse, ritenute però sufficienti dai giudici di primo grado per confermare la decadenza della presidente, messa nero su bianco con la sentenza depositata il 28 maggio 2025.
Pochi mesi dopo – siamo a ottobre 2025 – sulla vicenda si pronuncia pure la Corte Costituzionale, che di fatto cassa il dispositivo di primo grado nel passaggio in cui contesta a Todde la mancata presentazione del rendiconto: «Le gravi e plurime irregolarità contestate dal collegio ci sono, ma non si può sostenere che la documentazione non sia stata depositata. Viene dunque meno la causa prima che comporterebbe la decadenza», hanno sancito i giudici delle leggi. E di questo ha tenuto conto, pochi giorni fa, la Corte d’appello di Cagliari. Che però in parallelo ha confermato la sanzione di 40mila euro irrogata dal Collegio regionale di garanzia elettorale. Ed è chiaro che le sanzioni si applicano nel caso in cui siano state riscontrate violazioni «sostanziali e rilevanti» tali da aver «vanificato totalmente le finalità di trasparenza della legge» e «minato alla base i principi di trasparenza e controllo sulle spese elettorali», si legge nel dispositivo della Corte d’appello.
«Opacità che impedisce il necessario controllo sulla liceità dei finanziamenti e delle spese»
Si legge nella sentenza depositata pochi giorni fa: «Le violazioni contestate dal Collegio di garanzia all’odierna appellante, e ritenute sussistenti, non attengono al grado di specificità di una singola voce del rendiconto, ma investono la radicale assenza dei presidi fondamentali posti dalla legge n. 515/1993 a garanzia della trasparenza della campagna elettorale».
Nello specifico, il Collegio presieduto dalla presidente della Corte d’appello Gemma Cucca ha contestato a Todde la «non conformità della dichiarazione di spesa e rendiconto; la mancata nomina del mandatario elettorale (unica figura deputata alla gestione dei fondi elettorali, ndr); la mancata apertura del conto corrente dedicato; la mancata sottoscrizione e asseverazione del rendiconto da parte del mandatario; la mancata produzione dell’estratto conto; la carenza di informazione e documentazione sul conto corrente in cui sono confluite le somme».
«Queste non sono mere irregolarità formali nella compilazione di un modello – si legge in sentenza – ma violazioni di natura sostanziale che si collocano a monte di qualsiasi rendicontazione e che ne inficiano l’attendibilità ab origine». Prosegue il dispositivo precisando ulteriormente che «le violazioni originariamente contestate dal Collegio, pur qualificate come “irregolarità” o “non conformità”, non possono essere derubricate a mere mancanze formali. Dall’esame degli atti emerge che tali violazioni, considerate nel loro complesso, assumono un carattere di particolare gravità. L’opacità che ne è derivata impedisce il necessario controllo sulla liceità dei finanziamenti e delle spese. Per tali ragioni, la gravità delle violazioni accertate deve essere considerata massima».
E dunque, «questa Corte conferma nel merito la sussistenza delle violazioni originariamente contestate, quindi ritiene congruo e proporzionato confermare l’importo di € 40.000». Anche perché il sistema adottato per la raccolta dei finanziamenti elettorali per il tramite del Comitato elettorale altera lo «schema di trasparenza», in quanto «un’entità intermedia, come il Comitato, si interpone tra il candidato e una platea eterogenea di finanziatori».
«Un precedente pericoloso, la trasparenza non può avere un prezzo forfettario»
Chi evidentemente ha letto e compreso la sentenza è il deputato di Fratelli d’Italia Salvatore Deidda. «Ciò che emerge è un precedente giuridico e politico che non può lasciarci indifferenti. Con questo pronunciamento si apre una strada pericolosa: il messaggio che passa – dice Deidda – è che non saremmo più tenuti a presentare rendicontazione e mandatario elettorale. Basterebbe, in pratica, pagare una sanzione pecuniaria, per giunta fissata al minimo edittale di 40mila euro, per sanare mancanze che la legge definisce sostanziali. Se la trasparenza ha un prezzo forfettario e le regole sulla rendicontazione diventano aggirabili con una multa, viene meno il principio di equità tra i candidati. È una ferita al sistema democratico che non può passare sotto silenzio».
Sulla stessa linea il deputato di Forza Italia Ugo Cappellacci. «Alessandra Todde non è stata dichiarata decaduta, ma resta il fatto politico e istituzionale: è stata ritenuta responsabile di gravi violazioni in materia di trasparenza nella gestione della campagna elettorale – ha detto l’ex presidente della Regione – ed è stata condannata a una sanzione pecuniaria di 40mila euro. Non proprio un attestato di correttezza, ma il riconoscimento di una condotta che ha violato le regole poste a tutela della trasparenza democratica».
Archiviate le esternazioni piuttosto scivolose dell’assessora Manca e del Movimento, gli alleati del Campo largo hanno adottato un profilo basso, bassissimo. Tacciono i vertici del Pd, ad esempio, eccezion fatta per il presidente del consiglio regionale (ed ex numero uno del partito in Sardegna) Piero Comandini: «La sentenza della Corte d’appello, che rigetta definitivamente ogni ipotesi di decadenza per la presidente Alessandra Todde è certamente una buona notizia per i sardi e per la Sardegna. È senza dubbio un riconoscimento della buona fede della presidente». Pare un commento di mera circostanza, ma per i più maliziosi il riferimento alla «buona fede» richiama un sottotesto tutt’altro che irrilevante e che, peraltro, ben delinea il quadro generale: le irregolarità ci sono state eccome, ma senza dolo. Amen.
Le amnesie della presidente
Basso profilo anche per il capo dell’esecutivo: «Non ho commentato la sentenza di primo grado e nemmeno quella di appello, i magistrati devono fare il loro lavoro. Accetto serenamente quello che è stato, sia in primo grado che adesso».
Eppure il 29 maggio, poche ore dopo la pubblicazione della sentenza con cui il tribunale ordinario dava ragione al Collegio regionale di garanzia elettorale e confermava la decadenza, Alessandra Todde ha commentato eccome. «A differenza di chi sceglie lo scontro con la magistratura – affermava a favore di telecamere – noi rispettiamo il ruolo dei giudici e le loro decisioni, anche quando non le condividiamo, come in questo caso. Ribadisco che non vi è stata nessuna violazione della trasparenza perché è noto quante e quali sono state le somme versate, da chi e come sono state spese dal Comitato. Infatti la Corte dei conti (che però nulla ci azzecca, visto che la magistratura contabile si occupa dei rendiconto dei partiti, non dei singoli candidati, ndr) ha confermato la correttezza del rendiconto». Sulla trasparenza, come si è visto, la Corte d’appello ha avuto qualcosina da ridire. E non si capisce cos’abbiano, in casa 5 Stelle, da festeggiare. Poltrone a parte, s’intende.
