Ho aspettato un po’ di giorni prima di scrivere queste poche righe. Quando all’1.30 di quel maledetto 24 luglio ho ricevuto il messaggio di Matteo, il figlio di Massimo, ero in giro. Lette quelle poche righe sono crollato. Massimo Manca l’ho conosciuto che era un collega e poi, cosa piuttosto rara nell’ambiente, è diventato un amico.
“Un rompicoglioni, tignoso e cattivo”, dicevano e dicono in tanti. Anche oggi che non c’è più. In verità Massimo era l’ultimo dei sognatori. Credeva profondamente nella giustizia e nella verità. Non transigeva. E aveva ragione. Quel che odiava di più credo fossero l’ipocrisia e l’arroganza. Del potere, in primis. Non chiudeva gli occhi e non abbassava il capo. Mai. Nemmeno di fronte agli amici (o supposti tali) di una vita. Ti sputava le cose in faccia. E qualche “amico” lui l’ha salvato in più occasioni da situazioni piuttosto “ingombranti”.
«Lo so che domani racconterai questo episodio sulla Nuova. Per favore, non calcare la mano, considera la debolezza dell’uomo e del politico, sta vivendo un momento un po’ difficile». Oggi ti intimano di non scrivere. Massimo, che conosceva bene il valore del nostro lavoro, no: ti chiedeva semplicemente di considerare la situazione, le debolezze umane, i vizi che spesso annientano gratuitamente e in un nonnulla i valori di una vita. Non era né tignoso né cattivo: era semplicemente – ed è difficile e purtroppo persino coraggioso, in questi tempi farciti di farisei – un uomo onesto. E questo a molti non è mai piaciuto. Il 23 luglio è morto, il 24 il mio telefono squillava ogni dieci minuti. Il politico, l’avvocato, il vero amico, il curioso. Tutti volevano conferme.
«Mi dispiace tanto, anche se come sai per me rimane e rimarrà una brutta persona». Difficilmente riaggancio il telefono in faccia a una persona. L’ho fatto. E ho avuto la conferma che Massimo era il giusto tra i giusti. Poi, certo, a ogni pubblicazione arrivavano puntualmente i suoi messaggi. Suonavano tutti più o meno così: «Guarda che in questo passaggio c’è una imprecisione, perché la legge dice che…», e giù a sciorinare norme, commi, «così come richiamato ex articolo 44 bis…». E aveva sempre ragione.
Anche per questo è stata una delle prime persone che ho chiamato quando mi è venuto in mente di fondare Indip. Lui era quasi incredulo. Non capiva. Non riteneva di essere la persona giusta nel posto giusto. Poi si è innamorato del progetto e si è buttato a capofitto. È morto di giovedì. Venerdì doveva pubblicare la seconda puntata del reportage sulla marcia antimilitarista del 1976. Aveva raccolto materiali inediti, introvabili e preziosi. Stiamo lavorando per recuperare il suo lavoro e rendere onore e giustizia al suo impegno, con l’idea di allestire una mostra itinerante sul suo ultimo lavoro. Abbracciamo Debora e la famiglia.
Massimo era un mio amico. E mi manca tanto. Mancherà, per sempre, a tutti noi.
Foto di copertina: la riunione fondativa di Indip. Da sinistra: Piero Loi, Maria Giovanna Fossati (in videocollegamento), Monia Melis, Pablo Sole, Daniele Mura, Massimo Manca. Foto di Raffaele Angius
